10 Nov Progetto Memoria
Progetto Memoria
Il progetto memoria è stato un progetto di raccolta video di testimonianze, ricordi, storie di vita delle persone che hanno abitato, lavorato, vissuto in Giambellino. Il progetto è stato promosso inizialmente dalla parrocchia Santo Curato D’Ars come modo per attivare la comunità più più anziana e farlo sentire parte di un quartiere in cambiamento in cui faticavano sempre piú a riconoscersi. Il progetto è stato poi sostenuto da Comunità del Giambellino e dal Laboratorio di Quartiere che ne hanno riconosciuto il grande valore che queste testimonianze hanno nella ricostruzione di un senso di comunitá interculturale e intergenerazionale.
Abbiamo fatto il Progetto Memoria perché siamo egoisti. Ascoltare la storia dei posti che ti appartengono attraverso esperienze vissute in prima persona è infatti un piacere e un lusso, che chi si accontenta dei resoconti della storiografia ufficiale e delle ricostruzioni giornalistiche nemmeno si immagina.
Le testimonianze che potete vedere e ascoltare in questo sito ne sono la dimostrazione. La barbisònna, temutissima portinaia di via Vespri Siciliani negli anni ’60, il Pé Vunc (‘piedi sporchi’), odiato persecutore del bimbo Vallanzasca, in via degli Apuli negli anni ’50, il padrone del ‘Castelletto del Lorenteggio’, che girava tra i suoi fittavoli in calesse quando il Giambellino era ancora una distesa pressoché uniforme di prati e campi, punteggiata qui e là da qualche cascina, vanno a popolare un’incredibile galleria di personaggi improbabili eppure veri, verissimi.
Non è ancora molto ricco, il nostro archivio, com’è logico data la struttura volontaria che ha avuto il Progetto. Ma rappresenta già uno spaccato significativo della storia delle persone che hanno vissuto tra piazza Napoli e il Dazio, tra via Soderini e il Naviglio Grande, al Giambellino. Oltre alle case popolari del Giambellino ‘vecchio’ (Vespri, Bruzzesi, Bellini..) e del Giambellino ‘nuovo’ (Odazio, Segneri, Apuli, Manzano..), che hanno segnato e segnano l’identità del quartiere fin dagli anni ’20 del novecento, ci sono i bagni nei fontanili e nel Naviglio, le tresche ‘di cortile’ degli sposini nel quartiere ‘che non chiudeva la porta’, l’immigrazione dal sud del dopoguerra (e gli immancabili raffronti con quella di oggi). E ancora, l’elenco delle fabbriche della zona e gli scioperi operai dell’autunno caldo, l’eroina degli anni ’80 e le sperimentazioni educative del volontariato nella ‘Milano da bere’, che in periferia mostrò il suo volto peggiore. C’è anche, nelle parole e nelle espressioni (ad esempio quelle di Paola Pisati, che gestiva la famosa Bersagliera di piazza Tirana), il declino degli ultimi tempi, che ha trasformato uno dei territori più vivi di Milano in un modello di speculazione e scarsa cura delle persone.
L’idea del Progetto, infatti, non è stata nostra, ma della Parrocchia del Santo Curato d’Ars (che l’aveva mutuata dal famoso www.memoro.org), alle prese con la solitudine di tanti anziani che si ritrovano chiusi in case che l’abbandono di chi le amministra ha reso diroccate, circondati da vicini di cui non capiscono lingua e abitudini, in un quartiere che avrebbe bisogno almeno degli stessi interventi che furono messi in campo in passato e che invece non gode di nulla, nemmeno dei diritti che qualunque persona e paese civile riterrebbe inalienabili.
Piano piano ci siamo però accorti del valore divulgativo altissimo che quelle memorie contengono, e del contributo essenziale che esse possono dare al recupero di una dimensione di comunità e solidarietà che significano anche qualità della vita. E abbiamo anche capito che il lavoro del Laboratorio di Quartiere, che da qualche anno opera per ricostruire i legami sociali nel quartiere, non poteva prescindere dal confronto col passato e dalla rivalutazione della storia minima comune a tutti noi, vecchi e nuovi giambellinesi. Una storia di comportamenti e scelte individuali che continua a produrre sensibilità e solidarietà.
Il Progetto, come detto, è stato interamente portato fin qui da volontari. Ma questo non ha implicato bassa qualità, dei processi e dei risultati. Le interviste sono completamente fruibili, preparate e realizzate con cura certosina (a volte forse eccessiva, e di qui la lentezza). Abbiamo realizzato nel corso del lavoro tre corsi di formazione, per mettere gli intervistatori in grado di contestualizzare i ricordi a volte poco organizzati o molto influenzati emotivamente degli intervistati e per raggiungere i minimi requisiti tecnici indispensabili.
Lo abbiamo fatto perché crediamo che questo lavoro debba essere in grado di parlare a tutti, e non solo a una nicchia di appassionati del passato della città. Lo abbiamo fatto perché ci piacerebbe che diventassero tutti un po’ più egoisti, e che pretendessero un Giambellino migliore.